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Gastronomia Consapevole

Produrre, cucinare, degustare, assaporare, nutrire sono solo alcune delle parole, ricche di significati, del libro di Rosalia Cavalieri che offre uno studio della gastronomia a tuttotondo. Il suo è un invito a diventare consapevoli partendo dalla sensorialità e dal gusto per approfondire la provenienza e l’origine dei prodotti culinari.

Dunque, perché è così importante portare la luce della consapevolezza sul tema del cibo?

Come afferma l’autrice, esso influenza radicalmente molteplici aspetti della nostra quotidianità, a partire dalla salute e dal benessere fino alla politica, all’economia e ai media che oggi sono stracolmi di ricette e video di “food porn” volti alla spettacolarizzazione di alcuni piatti che stimolano il senso del piacere.

Questo senso di piacere deve essere educato secondo Carlo Petrini, più volte citato nel libro, affinché si acquisisca una maggiore attenzione a ciò che si ingerisce, indagandone origini, produzione, vendita e trattamenti vari.  

L’educazione è però assai scarsa nelle scuole, ad esclusione degli istituti alberghieri, e il tema è da poco riconosciuto come trasversale e quindi di estrema importanza.

Vi sono però dei cambiamenti in atto che riguardano soprattutto progetti molto interessanti come quello degli orti scolastici e dell’associazione francese ANEGJ: il suo obiettivo è quello di fornire un’educazione alimentare e coltivare il piacere di mangiare attraverso un’attivazione sensoriale individuale e un’analisi che porta i giovani da consumatori ad intenditori.

Tale progetto potrebbe sembrare inutile ai più; eppure propone un comportamento che dovrebbe essere adottato non solo dai giovani, ma anche dagli adulti.

I motivi sono i più disparati. Fare la spesa inconsapevolmente è sinonimo di mangiare male: rientriamo nel fenomeno della “malnutrizione” che include tanto la sottonutrizione quanto la sovranutrizione.

Quest’ultima, in particolare, si è diffusa a macchia d’olio nel mondo occidentale e consiste in un consumo eccesivo di calorie rispetto al fabbisogno e di cibi poco salutari a svantaggio di una dieta ricca di micronutrienti.

L’estrema conseguenza della sovranutrizione (spesso unita ad uno stile di vita sedentario) è la morte per obesità, diabete o cancro. In più, mangiare male (ovvero mangiare fuori casa, nei vari street food o consumare cibi raffinati e/o fuoristagione) porta automaticamente ad avere una scarsa considerazione degli alimenti e, successivamente, all’incubo dello spreco alimentare.

“Ogni anno gli sprechi di cibo si aggirano intorno a 1,3 miliardi di tonnellate […] con le quali si potrebbero sfamare quattro volte la popolazione denutrita stimata”.

Rosalia Cavalieri

Inoltre, assieme all’inquinamento ambientale, allo spreco di risorse ittiche, forestali, del suolo e della produzione, vi è anche lo spreco dell’acqua che secondo l’UNESCO nel 2050 potrebbe mancare di accesso regolare a 5 miliardi di persone.

Dunque, mentre da un lato si consuma senza alcun equilibrio e sensibilità, provocando danni a sé stessi e all’ambiente, nel resto del mondo meno industrializzato la fame colpisce 821 milioni di persone (dal 2016 al 2018 il numero è aumentato), andando contro l’obiettivo “Fame Zero” dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Dopo aver analizzato a fondo cause e conseguenze, l’autrice non manca di chiedersi: quali sono i comportamenti che possono riportarci ad avere un rapporto consapevole, giusto ed equilibrato con il cibo?

Si parte, come già si accennava nel progetto dell’ANEGJ, dall’esperienza sensoriale del cibo perché “solo assaporandolo, esso si trasforma da esperienza puramente materiale in nutrimento intellettuale e affettivo” che ci consentono di restituirgli valore e quindi portare attenzione alle scelte ad esso legate.

Dopodiché bisogna finanziare aziende agricole biologiche o alternative e la cosiddetta “agricoltura familiare” (garante della trasmissione di saperi agricoli); questo perché l’allevamento intensivo e le monoculture producono il 14% dei gas serra oltre che la perdita di biodiversità, il malessere degli animali e l’inquinamento legato alla produzione di vaccini e medicinali per questi ultimi. 

Bisogna poi essere informati sulla nocività dei junk food, prodotti in laboratorio per causare quella che è una vera e propria dipendenza, così da poterli evitare (anche per il fatto che le catene di junk food sono le prime a praticare l’allevamento intensivo).

A tale proposito è consigliabile adottare una dieta quanto più possibile a base vegetale; è dimostrato che se la popolazione mondiale adottasse progressivamente questo tipo di dieta, le emissioni di gas serra sarebbero ridotte del 73%, un numero impressionante. 

Per concludere viene riproposta, con una nuova lettura, l’antichissima azione del cucinare: si consiglia di dedicare più cura ai pasti, magari pianificandoli per tutta la settimana così da evitare il convenience food, e alla spesa stessa che sarebbe meglio fare più spesso ma comprando pochi ingredienti per volta; cucinare con i bambini per trasmettere il valore del cibo e la tradizione di cura e di scelta delle materie prime che è dietro ogni pasto; coltivare i valori della condivisione e della convivialità che mettono in comune tradizioni, saperi, una maggiore sensibilità e quindi la diffusione di una maggiore consapevolezza.

Insomma, dietro un piatto di pasta può nascondersi un mondo di monoculture, sprechi, sfruttamenti e inquinamento ambientale che Rosalia Cavalieri riesce a svelare con una penna semplice, scorrevole e accurata, utilizzando lo sguardo attento di chi annusa, ascolta e assapora il cibo come solo un vero amante può fare.

Gastronomia Consapevole
Rosalia Cavalieri ed. Il Mulino

Parole in semilibertà

Quindi, se voi ed io siamo il problema, come possiamo pretendere la pace nel mondo se dentro ciascuno di noi governa il caos, la gelosia, l’ambizione, la guerra? Quante volte abbiamo sentito dire che ogni popolo ha il Governo (o i Parlamentari) che si merita?

E allora, sono capace di essere presente e consapevole di come ogni mio pensiero e ogni mia azione possano avere effetti importanti non solo sulla mia vita, ma anche e soprattutto su quella di chi mi sta accanto e che magari dico anche di amare?

Ora, immaginiamo per assurdo che da questo preciso momento tutti, ma proprio tutti, iniziamo ad essere presenti e consapevoli in ogni momento della nostra giornata. Riusciamo ad immaginare l’effetto a catena di una simile pratica portata da ciascuno nel suo quotidiano?

“Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?”

Edward Norton Lorenz

Può, una simile pratica, cambiare la mia vita? Può cambiare in meglio il mondo? E, se sì, come?

La mia personale risposta, basata sulla mia personalissima esperienza, è sì. Può. L’ha già cambiata. E la sta cambiando ancora. Come?

Intanto non riesco a fare a meno di sedermi tutti i giorni, appena sveglio, sul cuscino per almeno mezzora. È una forma di allenamento che sento tracimare in ogni momento della giornata. Sono semplicemente più consapevole di ciò che sto facendo perché lo faccio con maggiore attenzione. Non faccio quasi più due o tre cose insieme. Bisogna mettere attenzione (oserei dire amore) in ogni singola cosa che facciamo. Solitamente faccio l’esempio della preparazione del cibo. Specie se ci sono ospiti a cena, o anche semplicemente mi capita di cucinare per il resto della famiglia, mi prendo il tempo che serve e non mi faccio più prendere dall’ansia come un tempo. Coccolo le mie pietanze, mentre sono sul fuoco, o quando le condisco e impiatto. È per me una manifestazione di riconoscimento e amore intanto per il cibo stesso, per i singoli ingredienti che compongono il piatto. Perché siamo parte di un tutto che comprende anche gli ingredienti che adoperiamo in cucina: gli ortaggi, le spezie, l’olio, gli animali ed i pesci che ci donano la loro carne. Dobbiamo ringraziarli per essere lì, ora, a nostra disposizione, nella nostra cucina. Perché non è mica scontata la cosa.

Quando mi accorgo che questa pratica tende ad occupare ogni singolo momento della giornata, quando percepisco la sempre minore reattività alle situazioni che mi creano disturbo, quando sperimento anche un minore attaccamento verso tutto quanto non ha vero valore, quando provo sempre maggiore gratitudine verso ciò che ho e riesco a vedere le prove che mi si parano dinnanzi tutti i giorni anche come una opportunità di crescita e non solo come una noia o, peggio, una tragedia, allora inizio ad intuire come il potenziale di questa pratica, portata all’estremo, può davvero cambiare il mondo.

E allora, paradossalmente, non avrebbe più alcuna importanza se alle prossime elezioni tu votassi bianco, lui votasse verde ed io votassi rosso. Perché anche i candidati di tutti gli schieramenti sarebbero “praticanti” (e principianti) come noi. Avremmo tutti a cuore il bene comune. Coopereremmo per qualcosa di più grande.

Quanto siamo distanti da uno scenario di questo tipo? Quanto è utopica questa idea? A ciascuno il compito di trovare la sua personale risposta. Nell’attesa però, mettetevi comodi sul cuscino.

Siate farfalle. Battete le ali!

Scritto da Michele Ma! Perso spesso nei suoi sogni, manco fosse un adolescente, gli torna alla mente quella canzone degli Stadio “Amo solo te” in cui ad un certo punto, parlando dell’amore, termine che in questo caso sostituirebbe con “vita”, si dice che la vita somiglia ad un’altalena: noi andiamo avanti e indietro ma restiamo qua. Ecco, i sogni saranno anche una gran bella cosa, ma il vero viaggio è “qua”.

Dall’Eden dell’Olocene ad un disastro annunciato

1937: La popolazione nel mondo è pari a 2.3 miliardi di persone, la quantità di CO2 nell’atmosfera è pari a 280 parti per milione e la percentuale di natura selvaggia è del 66%. 2020: La popolazione nel mondo è pari a 7.8 miliardi di persone, la quantità di CO2 nell’atmosfera è pari a 415 parti per milione e la percentuale di natura selvaggia è del 35%. Tutto questo nell’arco dell’esistenza di un uomo, David Attenborough, che racconta il collasso dell’Olocene attraverso i suoi occhi.

Tutti a scuola avremo sentito parlare di storia, qualcuno di storia delle scienze naturali, quel racconto, che a volte appare fantasioso, che ci parla di dinosauri ed estinzioni di massa. Eppure, siamo riusciti a distruggere, nell’arco di una sola esistenza umana, un patrimonio che ha impiegato 65 milioni di anni a costituirsi.

Ma partiamo dal principio: David Attenborough cammina in un luogo abbandonato, dove tetti e finestre non esistono più, cammina fra le vie di Chernobyl, luogo della catastrofe nucleare del 1986. Era una cittadina di 50mila persone ma è diventata un luogo inabitabile e la causa è solamente una cattiva pianificazione, un errore umano. Impossibile non pensare all’andamento generale del pianeta, che a causa delle nostre scelte sta rendendo sempre più fragile l’equilibrio che la sua biodiversità ci ha regalato.

David Attenborough racconta della sua esistenza, trascorsa a scoprire la bellezza naturale del mondo ed a studiarla con dedizione. Ci ricorda che con l’estinzione dei dinosauri il 75% delle specie viventi sul pianeta svanì assieme a loro. Alla vita non rimaneva altro che ricostruirsi e così fu, in un processo lungo 65 milioni di anni. Così è nato il mondo che conosciamo, l’epoca geologica dell’Olocene, che è stato il periodo di maggiore stabilità, dei ritmi lenti delle stagioni, ma anche dell’invenzione dell’agricoltura, che ci permetteva di sfruttare quest’ultime per assicurarci un sostentamento. Ma questo lento e progressivo sviluppo di una natura che nasce in un perfetto equilibrio che genera vita, è stato sconvolto dall’intelligenza umana che ha reso il cambiamento, improvvisamente, molto più veloce.

A partire dal 1954 David Attenborough iniziò a girare il mondo per mostrare, attraverso programmi televisivi, la natura selvaggia di luoghi inesplorati e popolazioni sconosciute. In quel momento, sembrava che non ci fossero limiti alla possibilità di scoperta e di sviluppo tecnologico. E fu così fino al 1968, quando la missione Apollo svelò che viviamo su un pianeta fragile, finito ed isolato. Da quel momento Attenborough guardò il mondo con nuovi occhi e si accorse che davanti ai suoi occhi si stava palesando un nuovo processo di estinzione di moltissime specie che popolavano la terra, creando fratture nell’Eden di un ecosistema in perfetto equilibrio. La colpa è la nostra, a causa della vita che ci siamo costruiti, interi habitat stavano e stanno scomparendo.

Oggi la situazione è a dir poco drammatica: abbiamo sovrasfruttato il 30% degli stock ittici e ridotto la popolazione d’acqua dolce dell’80%; ogni anno abbattiamo oltre 15 miliardi di alberi e la metà delle terre feritili del pianeta sono diventate terreno agricolo; noi uomini rappresentiamo più di un terzo dei mammiferi sulla terra, il 60% sono animali di allevamento ed il resto degli animali rappresenta solo il 4%, sull’intero pianeta. Un pianeta gestito dall’umanità per l’umanità, o almeno per la parte ricca della popolazione mondiale. Ma Attenborough crede che la speranza non sia morta, ritiene che sia urgente un cambio di rotta: è necessario adoperarsi per ripristinare la biodiversità del nostro pianeta. Come è possibile realizzarlo? La popolazione mondiale potrebbe raggiungere il picco di 11 miliardi entro alcune decine di anni: dovremmo rallentare la crescita demografica prima che questo picco venga raggiunto e renda impossibile la sopravvivenza sulla terra con le risorse a disposizione. Questo obiettivo può essere raggiunto anche cercando di alzare gli standard di vita in tutto il mondo, senza aumentare il nostro impatto sul pianeta. Dovremmo eliminare i combustibili fossili dalle nostre vite e utilizzare le eterne forze della natura, come l’acqua, il sole, il vento.  Inoltre, per far rivivere la biodiversità e la ricchezza dei nostri oceani, sarebbe opportuno imporre un divieto di pesca esteso a un terzo delle nostre coste e L’Onu si sta impegnando per questo: l’obiettivo è quello di creare la più grande zona di divieto di pesca in acque internazionali, trasformando gli oceani nella più grande riserva naturale del mondo.
Per la terra ferma l’impegno è duplice: arrestare la deforestazione e ridurre le aree coltivate, per far spazio alla natura selvaggia. Tutto questo è possibile anche grazie all’innovazione tecnologica: pensiamo al caso dell’Olanda, uno fra i primi esportatori mondiali di prodotti alimentari, che promuove un’agricoltura indoor, hi-tech e sostenibile, massimizzando la produzione in una porzione ridotta di territorio.

David Attenborough ha tanti esempi virtuosi come quello dell’Olanda e li propone nel suo meraviglioso documentario, A life on Our Planet, che in poco più di un’ora stravolge le nostre convinzioni sul pianeta terra. In ultimo, la scena torna su Chernobyl, la città abbandonata, dove la natura ha ripopolato strade, le fronde degli alberi hanno sostituito i tetti ed animali selvaggi passeggiano in palazzi abbandonati. Non importa quanto siano gravi i nostri errori, la natura trova sempre un modo per superarli

DAVID ATTENBOROUGH: A LIFE ON OUR PLANET – OFFICIAL CLIP – FINITE WORLD

Semi e biodiversità

Meraviglioso, no? Meraviglioso come ogni singola cosa che io abbia osservato o percepito attraverso i sensi sia il prodotto, più o meno diretto, di un minuscolo eppure fortissimo essere: il seme.

Causa di innumerevoli pianti da parte di mia nonna, che quando ne perdeva uno pareva aver subito un lutto, il seme è l’organo di diffusione delle piante, un oggetto tanto piccolo quanto ricco di energia vitale. Basti pensare ad una lenticchia: in quello che pare un cerchio marroncino dal raggio infinitesimale è contenuto tutto ciò di cui la piantina avrà bisogno per germogliare, dal nutrimento al DNA.

Fondamentali per il 90% del mondo vegetale, certo. Ma quanto possono risultare importanti i semi per noi esseri umani?

Un salto nel passato

Per capirlo dobbiamo tornare indietro di qualche millennio, quando tutto ebbe inizio. Circa 10.000 anni fa l’uomo fece un salto di specie, passando da animale nomade a stanziale. Fu quello il momento in cui la raccolta fu rimpiazzata con l’agricoltura, attività che è durata fino ad oggi grazie a contadini che per secoli hanno distinto, scelto, curato l’immensa varietà di semi che la Terra produce, attraverso sperimentazioni e conoscenze tramandate e condivise.

Almeno fino al secolo scorso. Agli inizi del ‘900 i progressi nel campo della genetica hanno radicalmente cambiato il mondo dell’agricoltura, portando alla produzione di OGM e alla diffusione di monoculture intensive. Un grande passo per una maggior accessibilità al cibo da parte dell’Occidente, ma un passo ancor più grande per la distruzione della biodiversità.

Secondo il WWF, la biodiversità è “la grande varietà di animali, piante, funghi e microorganismi che costituiscono il nostro Pianeta; una molteplicità di specie e organismi che, in relazione tra loro, creano un equilibrio fondamentale per la vita sulla Terra; [essa] infatti garantisce cibo, acqua pulita, ripari sicuri e risorse, fondamentali per la nostra sopravvivenza”.

Questo straordinario intreccio di organismi interdipendenti (di cui noi facciamo parte) è oggi fortemente messo a rischio dall’utilizzo di semi ibridi brevettati e dallo sfruttamento del terreno agricolo. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista Science, la distruzione degli habitat naturali per il loro sfruttamento agricolo ha talmente ridotto la varietà di piante e animali esistenti che la biodiversità del globo è scesa sotto il “livello di guardia”, con conseguenze disastrose.

Come è stato dimostrato, la perdita di biodiversità contribuisce all’insicurezza alimentare ed energetica, aumenta la vulnerabilità ai disastri naturali, mette a rischio la salute, riduce la disponibilità e la qualità delle risorse idriche e impoverisce le tradizioni culturali. Ciascuna specie, infatti, riveste un ruolo specifico nell’ecosistema in cui vive e proprio per questo aiuta l’ecosistema a mantenere i suoi equilibri vitali.

In questo scenario spaventoso, un ruolo decisivo è svolto dai semi. Base della diffusione di innumerevoli specie vegetali, del nutrimento di animali, della nostra alimentazione e dell’ossigeno che respiriamo quotidianamente, la tutela di questi piccoli ma preziosissimi tesori è fondamentale.

A questo proposito, in contrasto con il monopolio delle sementi che è posseduto da pochissime aziende (dieci delle quali già da sole ne detengono il 75%), è stata inaugurata nel 2008 la più importante banca dei semi a livello globale: la Svalbard Global Seed Vault.

La sua funzione è quella di conservare un vastissimo repertorio di semi contro la perdita accidentale del “patrimonio genetico tradizionale”. L’obiettivo è quello di garantire il completo affidamento fiduciario della maggior parte delle 21 colture più importanti della Terra, dal riso alla noce di cocco, con le loro varietà, garantendo così la diversità genetica che può essere facilmente vittima di catastrofi naturali, eventi bellici, maneggiamenti erronei, incidenti o malfunzionamento di macchinari.

Insomma, la Svalbard Global Seed Valut costituisce un vero e proprio Eden, minuziosamente protetto e confinato tra i ghiacci impervi dell’isola norvegese.

Oggi, il nostro ruolo in questa inestricabile rete che vede legati insieme economia, natura, politica ed esseri umani, è evidente: impegnarci affinché questo patrimonio genetico venga mantenuto.

Se è infatti vero che la lotta per la protezione della biodiversità è stata condotta da attivisti del calibro di Vandana Shiva (che ha spinto in particolar modo sull’aspetto sociale ed economico della questione, cercando di tutelare i diritti dei contadini indiani) e che l’isola norvegese rappresenta una sicurezza per noi e per le generazioni future, è anche vero che c’è ancora tanto lavoro da fare, parte del quale si trova anche nelle nostre mani.

Cosa possiamo fare?

Consumare alimenti biologici (gli unici a non utilizzare OGM), spingere le istituzioni a cambiare la regolamentazione dei brevetti, appoggiare aziende ed associazioni che agiscono attivamente sul campo: questi sono alcuni dei passi che possiamo fare per continuare a dormire sotto coperte di cotone, bere caffè caldi, consumare alimenti come pane e marmellata, osservare l’infinita varietà della natura fuori della nostra finestra. Conservare l’armonia del mondo naturale in cui viviamo. 

Semi- Viaggio all’origine del mondo vegetale di Thor Hanson, ed. Il Saggiatore

Botanica- Viaggio nell’universo vegetale di Stefano Mancuso, ed. Aboca

Prendersi cura

L’Arte nel suo ruolo primario è visione. Uno sguardo che comprende le persone e le loro relazioni, l’ambiente e i contesti, il passato ed il futuro. 

Rappresenta la capacità di interpretare il Mondo fuori dall’assioma azione/reazione, indagando le profondità emotive, il loro  senso ed il loro valore profondo. Lo fa fuori dagli schemi e dai paradigmi del comportamento, della morale e dalla consuetudine. Lo sguardo dell’Arte è sguardo etico, non morale. Non sottintende leggi, ma valori. Tende a stimolare consapevolezza, non paura. Emancipa se stesso da tutti gli strumenti che l’essere umano si è dato per cercare di controllare il suo Mondo. In qualche modo lo libera da questa auto imposta coercizione per renderlo capace di immaginare. Immaginare altri mondi, altre storie, altri futuri

Un compito enorme, ma che non può che essere profondamente necessario. 

Necessario in quanto, senza questa visione, siamo lasciati senza coordinate per il nostro mondo emotivo, senza direzione nella nostra intimità nel momento in cui si rapporta al nostro contesto di relazioni  e questo ruolo l’Arte non lo chiede, lo possiede per definizione. 

Definizione di un’espressione nata da questa esigenza: trasportare il senso in una dimensione non esattamente “reale”, ma che di realtà si nutre. La  dimensione che posiziona il singolo in una prospettiva collettiva, fatta di relazioni, emozioni condivise, azioni comuni.

Ed oggi che assistiamo alla progressiva desertificazione emotiva a causa di un senso della comunità delegato ad esperienze virtuali, alla mancanza di ritualità condivisa e proprio ora che questa condizione deve affrontare il terrorismo psicologico della conta dei morti, della paura dell’altro, della “distanza”, dobbiamo provare a dare una risposta. Rispondere a tutto questo costruendo e immaginando il nostro futuro. Per fare questo  credo che dovremmo interrogarci sul concetto di “avere cura”, piuttosto che su quello di “cura”. È un processo sottile che è proprio appannaggio dell’Arte. Si ha cura delle nostre paure per non renderle fobie, ci si prende cura degli altri per evitare di inventare nemici dove non ce ne sono. 

Si parla molto, e a ragione, del ruolo comprimario della cultura nell’assetto politico odierno e nella sua provocata obsolescenza. Ma si parla poco di quello che la cultura e l’Arte sono e quale ricchezza ci viene negata, quale strumento ci viene tolto nel bel mezzo del periodo in cui si fa più necessario. Imparare a vedere dove gli altri sguardi si fermano, imparare a riflettere la condizione dell’altro e soprattutto imparare a leggere, con sguardo ampio e non timoroso, il nostro presente

Presente che non è solo pandemia, non è solo il tempo per la paura della malattia e quindi della morte. 

Evidentemente è il tempo in cui bisogna imparare a fare di più e meglio. In cui bisogna avere cura di noi, ovviamente, ma nel nostro legame con gli altri. Nel nostro legame con “l’altro”.

E so che l’Arte è lo strumento che l’essere umano si è dato proprio per realizzare questo scopo, rivendicando il suono del vento, i colori del cielo, il passare del tempo, le sinuose fattezze degli alberi, il calore del fuoco  come “lingua”. Come codice per le proprie emozioni profonde.

Per cui, dovremmo rivendicare, adesso, quella “lingua” per guidarci fuori da un presente scomodo e spesso avvilente e per edificare un futuro che l’immaginazione degli artisti ci continua a presentare davanti agli occhi.

Marco Colonna

Fili di Marco Colonna dedicato a Maria Lai

Marco Colonna (1978)  è musicista, occasionalmente scrittore, fra i più attivi della sua generazione.  Attivo in vari ambiti della musica (dalla classica contemporanea al folk, dall’art rock al jazz ) ha al suo attivo decine di dischi e attualmente è titolare della cattedra di Tecniche dell’improvvisazione presso Siena Jazz.

Muovere il cambiamento

Ogni scelta va fatta con consapevolezza, perché ogni azione fa davvero la differenza ed è fondamentale condividere per diffondere, in modo capillare, i propri saperi e le piccole azioni che possono essere fatte ogni giorno. Secondo quanto emerge da un’indagine condotta dall’Osservatorio giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo nel 2019, su un campione di 2000 giovani italiani nati tra il 1982 al 1997, l‘81,8%  si dice disposto a cambiare le proprie abitudini per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici sul pianeta, mentre l‘82% dichiara di essere disponibile a ridurre al minimo gli sprechi (dall’acqua alla luce, dalla plastica al cibo). Il tema è molto caldo e dai dati dell’indagine mostrano come ci sia un’ampia consapevolezza: secondo la grande maggioranza degli intervistati la qualità del futuro del pianeta è strettamente legata alla responsabilità di ciascuno di noi, non solo dall’operato dei governi. Altro aspetto molto interessante è anche l’alto senso di responsabilità percepito su questo tema dai giovani italiani, infatti oltre il 59% è convinto che la salvaguardia dell’ambiente investa direttamente ogni singolo cittadino. Ognuno di noi è responsabile di muovere il cambiamento, l’immobilismo è paralizzante e nocivo per l’intero pianeta.

Dunque, non ci sono solo Greta Thunberg e il popolo dei FridaysForFuture a tenere alta l’attenzione sulla questione ambientale. Ma ci sono tantissimi altri rappresentanti anche fra i giovanissimi della Generazione Z ad avere ben presente quanto sia urgente immaginare già oggi come affrontare il tema dell’esaurimento delle risorse naturali, delle energie rinnovabili, dell’ecosostenibilità per mettere al sicuro la Terra il prima possibile. Lo dimostra un un sondaggio effettuato da Skuola.net in collaborazione con Sorgenia. Su 3.500 giovani tra i 10 e i 25 anni, infatti, quasi tutti (96%) sono spaventati per la salute del pianeta: la maggior parte (54%) non vede nell’immediato una soluzione, il 36% è invece preoccupato ma resta fiducioso, solo il 6% pensa che la situazione sia ancora sotto controllo. Ma la paura non ferma i giovani, che desiderano diffondere comportamenti virtuosi e di cura per il nostro pianeta. Proliferano progetti, idee, pagine social, documentari e serie tv che coinvolgono noi giovani. Speriamo che questa pagina, possa essere l’inizio di un nuovo spazio di dialogo, condivisione e (seppur piccolo) motore di cambiamento.

ATCG

Per capire come possiamo dare senso e speranza alla nostra esistenza di questo tempo, mi sono affidato alla mia formazione scientifica. Quelle quattro lettere sono infatti le iniziali delle componenti che costituiscono il DNA, la grossa molecola che è comune a tutto ciò che è vita. Queste quattro componenti, combinate in “parole” di lunghezza variabile, vengono replicate in maniera efficace, ogni volta con piccoli cambiamenti che rendono più o meno efficiente il processo. A parola diversa, vita diversa. Ma sempre basata sullo stesso alfabeto, così come l’italiano e l’inglese sono due lingue diverse composte dalle stesse lettere

E poi c’è l’entropia, altro concetto scientifico-filosofico, che definisce il tempo: qualsiasi cambiamento perde sempre una quantità di informazione, portando tutto l’universo, in maniera lenta ma costante verso il caos. Il passato ha sempre minore entropia del futuro, è quindi l’entropia che dà il verso al tempo.

Ebbene, tutti e due queste basi scientifiche che caratterizzano la vita (il DNA) e il contesto nel quale opera (l’Entropia universale) sono “statistiche”. Ossia, ciò che possiamo arrivare a comprendere non è la singola replica, o il singolo cambiamento, ma l’andamento globale delle repliche e dei cambiamenti. Nel singolo caso possiamo vedere “fallire” una replica”, o avere un cambiamento che fa acquisire informazione. Ma se ne prendiamo un numero sufficiente, ci saranno continue repliche e una globale perdita di informazioni. Il caso del singolo e la necessità del globale, direi, parafrasando l’opera di Jacques Monod.

Tutta questa lunga introduzione porta a ciò che vorrei condividere, circa il senso di noi esseri umani, e la speranza di portare avanti con consapevolezza la nostra esistenza.

Il valore della speranza

La speranza, essendo un concetto legato al futuro e non al presente, è esclusività dell’essere umano, così come l’essere coscienti. È legata al concetto di tempo, e questo la rende non sperimentabile da tutti quegli esseri viventi che hanno esperienza solo del presente. Solo noi esseri umani, per ciò che ne sappiamo, abbiamo coscienza dell’entropia, del verso del tempo.

Se esiste (ricordiamo l’efficacia della replica) deve esserci un motivo di vantaggio evolutivo. Forse un salvagente per la disperazione del nostro essere “finiti” e non eterni.

Quindi, quando la coscienza ti dice che le cose andranno male in futuro, chi ha più speranza tende a sopravvivere. Ma un’altra domanda si genera da questa considerazione: la speranza è utile in gruppi più numerosi di quelli semplici (cento, forse centocinquanta esseri ognuno cosciente del ruolo degli altri all’interno della comunità) in cui l’homo sapiens si è evoluto? Ha senso avere speranza quando si è parte di un meccanismo enorme che non si riesce a comprendere e del quale ci si può sentire vittime senza possibilità di cambiare nulla? 

Non mi riferisco al Covid, ma più semplicemente al fatto che  una comunità di più di un centinaio di persone genera meccanismi che non possono essere gestiti da tutti, e che anzi passano sulla testa di molti.

Certo, possiamo presupporre che ci siano cose non governabili dall’uomo – che deve quindi ragionare solo su base individuale – e che diventano alla fine la base per una religione con i suoi uomini eletti, e le sue leggi imposte dall’esterno. 

Ma per come la vedo io, emergenze sociali come il Covid ci insegnano che è solo come “comunità” che ne potremo uscire. E che alla fine, ciò che ne uscirà rafforzata è proprio la comunità. E l’unica maniera che abbiamo per crescere come singoli è proprio quello di essere parte di un insieme più grande. Se quindi il singolo deve essere cosciente che esistono cose “più grandi di lui”, siano esse sociali o economiche, è come Comunità che la speranza diventa qualcosa di non astratto. Insomma, “United we stand, Divided we fall“, frase che da Esopo in poi rimane sempre attuale. Pensare a noi stessi come parte di un superorganismo comunitario che solo se prospera può proteggerci e renderci consapevoli è forse la soluzione. Così come la vita pluricellulare è più efficace di quella unicellulare, la vita multicosciente è più efficace della singola coscienza. Proviamoci, abbiamo tutto da guadagnare.

Noi siamo di più (e non lo sappiamo ancora)

“Nessun mondo nuovo, senza un nuovo linguaggio” 

Ingeborg Bachmann

Dal mio osservatorio professionale e dalla mia esperienza, sento di poter affermare che abbiamo bisogno di strumenti, riferimenti, modelli, idee che ci aiutino a ritrovare maggiore fiducia verso noi stessi e verso la vita, come individui e come comunità globali.

Abbiamo bisogno di comprendere che ciò che dobbiamo accendere è un processo di consapevolezza, che parta dalla presa di coscienza di avere un grande problema, che passi per l’attivazione di energia motivante insieme a un senso di responsabilità fresco, nuovo, adulto, globale.

E dunque abbiamo bisogno di individuare una strategia vincente, di trovare una direzione, e di attuare comportamenti e azioni finalizzate al raggiungimento di un obiettivo relativo allo stesso tempo al benessere personale e ambientale (le due cose sono inscindibili).

Tanti aspetti delle nostre vite stanno cambiando, viviamo un cambiamento epocale che influisce sulle emozioni, sul lavoro, sull’ambiente, sulle relazioni, sulla salute psicofisica. 

Dal mio punto di vista può essere importante acquisire maggiore consapevolezza delle proprie e altrui emozioni, e sviluppare “l’intelligenza multipla” di cui ha scritto Howard Gardner@, uno dei maggiori studiosi in questo ambito scientifico, parlando di intelligenza emotiva, sociale, naturalistica, esistenziale, interpersonale (conoscenza degli altri), e intrapersonale (conoscenza di sé).

A livello soggettivo si può lavorare per cambiare almeno in parte la storia personale e incidere in maniera proattiva per condizionare l’ambiente; possiamo apportare cambiamenti a livello cognitivo (linguaggio, apprendimento, attenzione percezione, memoria), e a livello emotivo, ponendo la giusta attenzione ai bisogni e ai sentimenti, e acquisendo consapevolezza del proprio modo di essere e di relazionarci con noi stessi e con l’Altro. Ricordiamo che tutte le attività creative, cognitive, emotive, corporee, meditative, riflessive,  insieme all’azione e al fare, concorrono alla modificazione della struttura e delle funzioni del nostro cervello. 

La consapevolezza non è una qualità fissa e immutabile e quindi possiamo diventare tutti più consapevoli per cercare di fermare il declino in atto. E allora immaginiamo ed evidenziamo alcuni punti su cui focalizzare l’attenzione, relativi all’acquisizione di consapevolezza di cui abbiamo bisogno per realizzare il cambiamento (cambia-mente)

  • individuare strumenti e pratiche per l’autosostegno e il mutuo aiuto
  • imparare a gestire in maniera costruttiva i conflitti
  • sviluppare reti e collegamenti virtuosi
  • sentire e diffondere positività e messaggi incoraggianti
  • definire nuovi e vecchi valori di riferimento

Abbiamo a disposizione una serie di attività naturali preziose (camminare, meditazione, focusing, yoga, tai-chi, la lista è lunga e ognuno può trovare la più adatta), la cui pratica facilita la connessione con i propri movimenti interni, le sensazioni, i sentimenti, le emozioni, le immagini, insieme all’incremento della capacità di osservazione e di autosservazione. 

Diventare consapevoli di cosa siamo, delle nostre risorse e della nostra forza, ci porta a scoprire che siamo molto di più di quello che siamo. E molti di più. 

@ Howard Gardner è uno psicologo statunitense, docente di Scienze cognitive e dell’educazione e Psicologia alla Harvard University, noto in tutto il mondo per i suoi studi sull’intelligenza. Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza (1987) edito da Feltrinelli è il suo libro più famoso

Articolo di Ercole Boni counselor formatore e supervisore, Focusing trainer

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Cibo di stagione: rispettare i tempi della natura

Riscoprire la stagionalità degli alimenti significa saper attendere. Sapere che i pomodori e le pesche vogliono il sole dell’estate, che i cavoli non temono il freddo, che le arance maturano in autunno-inverno. Inoltre, che possiamo conservare in diversi modi la frutta e la verdura quando la produzione è  abbondante. Riappropriarci di questi e altri saperi dimenticati  per ricordarci che non solo siamo consumatori, ma anche che, nella storia dell’umanità, siamo stati raccoglitori, cacciatori, allevatori e coltivatori, e ci stimola  a trovare nuove forme creative per tornare protagonisti del nostro sostentamento.

Il fenomeno crescente degli orti urbani, ad esempio,  evidenzia  il bisogno primario delle persone di recuperare il legame con la terra, anche coltivandola.

Salute dell’ambiente e delle persone

Un buon motivo per promuovere questa sensibilità è legato alla nostra salute e a quella dell’ambiente. Dati scientifici affermano che per forzare le colture sono necessari molti fertilizzanti e dosi massicce di trattamenti chimici, perché le piante costrette a nascere in “cattività” si ammalano più facilmente che nella loro stagione dedicata. Così noi, assieme alla terra, oltre ai frutti del fuori stagione, ci mangiamo un bel po’ di veleni

Un altro  buon  motivo è legato ad un fattore economico: gli alimenti fuori stagione, compresi i prodotti esteri, hanno un maggior costo, rispetto a quelli locali di stagione, perché  prodotti in serra o hanno fatto un lungo viaggio per raggiungere il consumatore, spesso transoceanico.

ll  viaggio oltre ad incidere sul prezzo, dovuto ai costi di trasporto e logistica, contribuisce ad aumentare le emissioni di CO2 nell’ambiente in una sorta di ciclo esponenziale continuo di inquinamento.  

Produzione intensiva nelle serre

Infine, acquisire piena consapevolezza di cosa ruota intorno alla produzione massiva nelle serre, ci mette di fronte questioni etiche ineludibili.  Parliamo in particolare nel ragusano dove esistono serre che vantano la triste fama di essere tra le più grandi d’Europa e tra le prime in Italia, non solo come estensione e capacità produttiva, ma anche per le terribili condizioni di lavoro delle persone che ci lavorano, non ufficialmente e in un regime di schiavitù.

Come posso mangiare frutta e verdura proveniente  dallo sfruttamento dei lavoratori, dagli abusi sessuali subiti delle donne lavoratrici, dall’avvelenamento dei terreni dovuto all’uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti e dallo sfruttamento degli insetti impollinatori?

L’argomento è doloroso ed ampio e va oltre la dimensione della stagionalità, ma è in stretto legame con la produzione intensiva, continua e non rispettosa.

L’enorme sofferenza generata agli esseri e all’ambiente per produrre cibi che la natura, con le sue stagioni, non fa spontaneamente, diventa un forte motivo per scegliere ciò che è disponibile nella stagione. Ma non solo, questa scelta assume un carattere decisivo nel coltivare stili di vita salutari per noi e per l’ecosistema. 

Bibliografia: 

Lo sfruttamento nel piatto – Quello che tutti dovremmo sapere per un consumo consapevole – di Antonello Mangano ed. Laterza

www.terrelibere.org

Danzare con l’Antropocene

Forse la comprensione del mondo non è un fatto individuale. Forse stavamo vivendo il contrario dell’isteria collettiva, una sorta di apatia di massa.” 

A.S.Magnason

Da tanto tempo sono impegnato nella tutela dell’ambiente, in modi concreti, partecipando a riunioni e dibattiti e progettando azioni di sensibilizzazione. Tre estati fa mi accompagnò in  vacanza un libro sull’Antropocene. Alternavo camminate in montagna e lettura serale. 

Fin dall’inizio, rimasi “folgorato” dalla definizione che ne davano gli autori,  frutto di una discussione che aveva visto e vede impegnati scienziati, storici, filosofi, ecologisti da circa un ventennio: l’impatto dell’uomo sull’ambiente è ed è stato così potente, a partire dalla prima rivoluzione industriale (circa due secoli e mezzo fa), da competere con le forze della natura, attraverso un accelerato percorso di trasformazione che ne altera gli equilibri. Da qui, la parola, che definisce questa nuova fase della storia dell’uomo sulla terra, per me particolarmente evocativa, Antropocene: “antropos” in greco antico significa essere umano; “kainos” recente, nuovo. Se pensiamo che L’Olocene, l’epoca precedente nella storia del nostro pianeta, si conta in migliaia di anni, e  ancora prima il Pleistocene in milioni di anni, si comprende meglio la novità radicale di questa fase!

Ma torniamo alla vacanza in montagna. Quindi, camminavo immerso in una natura fantastica, mentre la sera mi immergevo nella lettura sull’Antropocene, ma qualcosa, dentro di me, faticava a digerire quello che leggevo. Così una mattina, ad un certo punto, mentre osservavo mia figlia adolescente che saliva con straordinaria energia un sentiero piuttosto impegnativo, presi pienamente coscienza di quello che mi abitava: una sconosciuta paura e la netta sensazione che stavamo danzando, come specie, sull’orlo di un burrone, lasciando alle nuove generazioni un pianeta ferito gravemente. Era come se questa lettura, una delle tante fatte sul tema, per la chiarezza delle sue argomentazioni, fosse arrivata a destinazione, non solo a livello concettuale, ma anche nelle viscere.

Da allora  sono stato seduto accanto a questo sentimento di smarrimento, cercando di coglierne con grande affetto tutto quello che mi poteva insegnare e comunicare. L’ho ascoltato  ripetutamente e più gli stavo accanto senza pretendere nulla, più sentivo in me emergere energie insospettate e la voglia con i piedi ben piantati a terra, di condividere con tanti e tante una nuova avventura vitale e assolutamente da non perdere: danzare con l’Antropocene!

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