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Per capire come possiamo dare senso e speranza alla nostra esistenza di questo tempo, mi sono affidato alla mia formazione scientifica. Quelle quattro lettere sono infatti le iniziali delle componenti che costituiscono il DNA, la grossa molecola che è comune a tutto ciò che è vita. Queste quattro componenti, combinate in “parole” di lunghezza variabile, vengono replicate in maniera efficace, ogni volta con piccoli cambiamenti che rendono più o meno efficiente il processo. A parola diversa, vita diversa. Ma sempre basata sullo stesso alfabeto, così come l’italiano e l’inglese sono due lingue diverse composte dalle stesse lettere

E poi c’è l’entropia, altro concetto scientifico-filosofico, che definisce il tempo: qualsiasi cambiamento perde sempre una quantità di informazione, portando tutto l’universo, in maniera lenta ma costante verso il caos. Il passato ha sempre minore entropia del futuro, è quindi l’entropia che dà il verso al tempo.

Ebbene, tutti e due queste basi scientifiche che caratterizzano la vita (il DNA) e il contesto nel quale opera (l’Entropia universale) sono “statistiche”. Ossia, ciò che possiamo arrivare a comprendere non è la singola replica, o il singolo cambiamento, ma l’andamento globale delle repliche e dei cambiamenti. Nel singolo caso possiamo vedere “fallire” una replica”, o avere un cambiamento che fa acquisire informazione. Ma se ne prendiamo un numero sufficiente, ci saranno continue repliche e una globale perdita di informazioni. Il caso del singolo e la necessità del globale, direi, parafrasando l’opera di Jacques Monod.

Tutta questa lunga introduzione porta a ciò che vorrei condividere, circa il senso di noi esseri umani, e la speranza di portare avanti con consapevolezza la nostra esistenza.

Il valore della speranza

La speranza, essendo un concetto legato al futuro e non al presente, è esclusività dell’essere umano, così come l’essere coscienti. È legata al concetto di tempo, e questo la rende non sperimentabile da tutti quegli esseri viventi che hanno esperienza solo del presente. Solo noi esseri umani, per ciò che ne sappiamo, abbiamo coscienza dell’entropia, del verso del tempo.

Se esiste (ricordiamo l’efficacia della replica) deve esserci un motivo di vantaggio evolutivo. Forse un salvagente per la disperazione del nostro essere “finiti” e non eterni.

Quindi, quando la coscienza ti dice che le cose andranno male in futuro, chi ha più speranza tende a sopravvivere. Ma un’altra domanda si genera da questa considerazione: la speranza è utile in gruppi più numerosi di quelli semplici (cento, forse centocinquanta esseri ognuno cosciente del ruolo degli altri all’interno della comunità) in cui l’homo sapiens si è evoluto? Ha senso avere speranza quando si è parte di un meccanismo enorme che non si riesce a comprendere e del quale ci si può sentire vittime senza possibilità di cambiare nulla? 

Non mi riferisco al Covid, ma più semplicemente al fatto che  una comunità di più di un centinaio di persone genera meccanismi che non possono essere gestiti da tutti, e che anzi passano sulla testa di molti.

Certo, possiamo presupporre che ci siano cose non governabili dall’uomo – che deve quindi ragionare solo su base individuale – e che diventano alla fine la base per una religione con i suoi uomini eletti, e le sue leggi imposte dall’esterno. 

Ma per come la vedo io, emergenze sociali come il Covid ci insegnano che è solo come “comunità” che ne potremo uscire. E che alla fine, ciò che ne uscirà rafforzata è proprio la comunità. E l’unica maniera che abbiamo per crescere come singoli è proprio quello di essere parte di un insieme più grande. Se quindi il singolo deve essere cosciente che esistono cose “più grandi di lui”, siano esse sociali o economiche, è come Comunità che la speranza diventa qualcosa di non astratto. Insomma, “United we stand, Divided we fall“, frase che da Esopo in poi rimane sempre attuale. Pensare a noi stessi come parte di un superorganismo comunitario che solo se prospera può proteggerci e renderci consapevoli è forse la soluzione. Così come la vita pluricellulare è più efficace di quella unicellulare, la vita multicosciente è più efficace della singola coscienza. Proviamoci, abbiamo tutto da guadagnare.

Noi siamo di più (e non lo sappiamo ancora)

“Nessun mondo nuovo, senza un nuovo linguaggio” 

Ingeborg Bachmann

Dal mio osservatorio professionale e dalla mia esperienza, sento di poter affermare che abbiamo bisogno di strumenti, riferimenti, modelli, idee che ci aiutino a ritrovare maggiore fiducia verso noi stessi e verso la vita, come individui e come comunità globali.

Abbiamo bisogno di comprendere che ciò che dobbiamo accendere è un processo di consapevolezza, che parta dalla presa di coscienza di avere un grande problema, che passi per l’attivazione di energia motivante insieme a un senso di responsabilità fresco, nuovo, adulto, globale.

E dunque abbiamo bisogno di individuare una strategia vincente, di trovare una direzione, e di attuare comportamenti e azioni finalizzate al raggiungimento di un obiettivo relativo allo stesso tempo al benessere personale e ambientale (le due cose sono inscindibili).

Tanti aspetti delle nostre vite stanno cambiando, viviamo un cambiamento epocale che influisce sulle emozioni, sul lavoro, sull’ambiente, sulle relazioni, sulla salute psicofisica. 

Dal mio punto di vista può essere importante acquisire maggiore consapevolezza delle proprie e altrui emozioni, e sviluppare “l’intelligenza multipla” di cui ha scritto Howard Gardner@, uno dei maggiori studiosi in questo ambito scientifico, parlando di intelligenza emotiva, sociale, naturalistica, esistenziale, interpersonale (conoscenza degli altri), e intrapersonale (conoscenza di sé).

A livello soggettivo si può lavorare per cambiare almeno in parte la storia personale e incidere in maniera proattiva per condizionare l’ambiente; possiamo apportare cambiamenti a livello cognitivo (linguaggio, apprendimento, attenzione percezione, memoria), e a livello emotivo, ponendo la giusta attenzione ai bisogni e ai sentimenti, e acquisendo consapevolezza del proprio modo di essere e di relazionarci con noi stessi e con l’Altro. Ricordiamo che tutte le attività creative, cognitive, emotive, corporee, meditative, riflessive,  insieme all’azione e al fare, concorrono alla modificazione della struttura e delle funzioni del nostro cervello. 

La consapevolezza non è una qualità fissa e immutabile e quindi possiamo diventare tutti più consapevoli per cercare di fermare il declino in atto. E allora immaginiamo ed evidenziamo alcuni punti su cui focalizzare l’attenzione, relativi all’acquisizione di consapevolezza di cui abbiamo bisogno per realizzare il cambiamento (cambia-mente)

  • individuare strumenti e pratiche per l’autosostegno e il mutuo aiuto
  • imparare a gestire in maniera costruttiva i conflitti
  • sviluppare reti e collegamenti virtuosi
  • sentire e diffondere positività e messaggi incoraggianti
  • definire nuovi e vecchi valori di riferimento

Abbiamo a disposizione una serie di attività naturali preziose (camminare, meditazione, focusing, yoga, tai-chi, la lista è lunga e ognuno può trovare la più adatta), la cui pratica facilita la connessione con i propri movimenti interni, le sensazioni, i sentimenti, le emozioni, le immagini, insieme all’incremento della capacità di osservazione e di autosservazione. 

Diventare consapevoli di cosa siamo, delle nostre risorse e della nostra forza, ci porta a scoprire che siamo molto di più di quello che siamo. E molti di più. 

@ Howard Gardner è uno psicologo statunitense, docente di Scienze cognitive e dell’educazione e Psicologia alla Harvard University, noto in tutto il mondo per i suoi studi sull’intelligenza. Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza (1987) edito da Feltrinelli è il suo libro più famoso

Articolo di Ercole Boni counselor formatore e supervisore, Focusing trainer

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Cibo di stagione: rispettare i tempi della natura

Riscoprire la stagionalità degli alimenti significa saper attendere. Sapere che i pomodori e le pesche vogliono il sole dell’estate, che i cavoli non temono il freddo, che le arance maturano in autunno-inverno. Inoltre, che possiamo conservare in diversi modi la frutta e la verdura quando la produzione è  abbondante. Riappropriarci di questi e altri saperi dimenticati  per ricordarci che non solo siamo consumatori, ma anche che, nella storia dell’umanità, siamo stati raccoglitori, cacciatori, allevatori e coltivatori, e ci stimola  a trovare nuove forme creative per tornare protagonisti del nostro sostentamento.

Il fenomeno crescente degli orti urbani, ad esempio,  evidenzia  il bisogno primario delle persone di recuperare il legame con la terra, anche coltivandola.

Salute dell’ambiente e delle persone

Un buon motivo per promuovere questa sensibilità è legato alla nostra salute e a quella dell’ambiente. Dati scientifici affermano che per forzare le colture sono necessari molti fertilizzanti e dosi massicce di trattamenti chimici, perché le piante costrette a nascere in “cattività” si ammalano più facilmente che nella loro stagione dedicata. Così noi, assieme alla terra, oltre ai frutti del fuori stagione, ci mangiamo un bel po’ di veleni

Un altro  buon  motivo è legato ad un fattore economico: gli alimenti fuori stagione, compresi i prodotti esteri, hanno un maggior costo, rispetto a quelli locali di stagione, perché  prodotti in serra o hanno fatto un lungo viaggio per raggiungere il consumatore, spesso transoceanico.

ll  viaggio oltre ad incidere sul prezzo, dovuto ai costi di trasporto e logistica, contribuisce ad aumentare le emissioni di CO2 nell’ambiente in una sorta di ciclo esponenziale continuo di inquinamento.  

Produzione intensiva nelle serre

Infine, acquisire piena consapevolezza di cosa ruota intorno alla produzione massiva nelle serre, ci mette di fronte questioni etiche ineludibili.  Parliamo in particolare nel ragusano dove esistono serre che vantano la triste fama di essere tra le più grandi d’Europa e tra le prime in Italia, non solo come estensione e capacità produttiva, ma anche per le terribili condizioni di lavoro delle persone che ci lavorano, non ufficialmente e in un regime di schiavitù.

Come posso mangiare frutta e verdura proveniente  dallo sfruttamento dei lavoratori, dagli abusi sessuali subiti delle donne lavoratrici, dall’avvelenamento dei terreni dovuto all’uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti e dallo sfruttamento degli insetti impollinatori?

L’argomento è doloroso ed ampio e va oltre la dimensione della stagionalità, ma è in stretto legame con la produzione intensiva, continua e non rispettosa.

L’enorme sofferenza generata agli esseri e all’ambiente per produrre cibi che la natura, con le sue stagioni, non fa spontaneamente, diventa un forte motivo per scegliere ciò che è disponibile nella stagione. Ma non solo, questa scelta assume un carattere decisivo nel coltivare stili di vita salutari per noi e per l’ecosistema. 

Bibliografia: 

Lo sfruttamento nel piatto – Quello che tutti dovremmo sapere per un consumo consapevole – di Antonello Mangano ed. Laterza

www.terrelibere.org

Danzare con l’Antropocene

Forse la comprensione del mondo non è un fatto individuale. Forse stavamo vivendo il contrario dell’isteria collettiva, una sorta di apatia di massa.” 

A.S.Magnason

Da tanto tempo sono impegnato nella tutela dell’ambiente, in modi concreti, partecipando a riunioni e dibattiti e progettando azioni di sensibilizzazione. Tre estati fa mi accompagnò in  vacanza un libro sull’Antropocene. Alternavo camminate in montagna e lettura serale. 

Fin dall’inizio, rimasi “folgorato” dalla definizione che ne davano gli autori,  frutto di una discussione che aveva visto e vede impegnati scienziati, storici, filosofi, ecologisti da circa un ventennio: l’impatto dell’uomo sull’ambiente è ed è stato così potente, a partire dalla prima rivoluzione industriale (circa due secoli e mezzo fa), da competere con le forze della natura, attraverso un accelerato percorso di trasformazione che ne altera gli equilibri. Da qui, la parola, che definisce questa nuova fase della storia dell’uomo sulla terra, per me particolarmente evocativa, Antropocene: “antropos” in greco antico significa essere umano; “kainos” recente, nuovo. Se pensiamo che L’Olocene, l’epoca precedente nella storia del nostro pianeta, si conta in migliaia di anni, e  ancora prima il Pleistocene in milioni di anni, si comprende meglio la novità radicale di questa fase!

Ma torniamo alla vacanza in montagna. Quindi, camminavo immerso in una natura fantastica, mentre la sera mi immergevo nella lettura sull’Antropocene, ma qualcosa, dentro di me, faticava a digerire quello che leggevo. Così una mattina, ad un certo punto, mentre osservavo mia figlia adolescente che saliva con straordinaria energia un sentiero piuttosto impegnativo, presi pienamente coscienza di quello che mi abitava: una sconosciuta paura e la netta sensazione che stavamo danzando, come specie, sull’orlo di un burrone, lasciando alle nuove generazioni un pianeta ferito gravemente. Era come se questa lettura, una delle tante fatte sul tema, per la chiarezza delle sue argomentazioni, fosse arrivata a destinazione, non solo a livello concettuale, ma anche nelle viscere.

Da allora  sono stato seduto accanto a questo sentimento di smarrimento, cercando di coglierne con grande affetto tutto quello che mi poteva insegnare e comunicare. L’ho ascoltato  ripetutamente e più gli stavo accanto senza pretendere nulla, più sentivo in me emergere energie insospettate e la voglia con i piedi ben piantati a terra, di condividere con tanti e tante una nuova avventura vitale e assolutamente da non perdere: danzare con l’Antropocene!

Consapevolezza nel carrello

Ho bisogno di conoscere la storia di un alimento. Devo Sapere da dove viene. Devo immaginarmi le mani che lo hanno coltivato, lavorato e cotto ciò che mangio.

Carlo Petrini

Mi capita, quando sono in fila alla cassa del supermercato, di osservare il carrello di chi mi precede.
Con curiosità osservo i cibi da loro scelti e mi sorgono delle domande sulla consapevolezza che orienta le persone ad acquistare o meno un alimento: frutta e verdura fuori stagione, alimenti provenienti dall’estero, o magari cibi pronti da cuocere, c’è chi acquista alimenti ipercalorici ad alto contenuti di zuccheri oppure di grassi; mi capita di notare la presenza di prodotti biologici e di chi si lascia sedurre dalle grandi offerte. Osservo attenta ed incuriosita le innumerevoli tipologie di prodotti.


La riflessione che ne consegue è ampia e significativa: chissà se alcuni si chiedono che cosa voglia dire, in termini di impatto ambientale, la produzione ortofrutticola fuori stagione? Si domanderanno dove sono le serre, chi ci lavora e a quali condizioni? Magari altri potrebbero farsi domande sull’impatto ambientale dei prodotti di provenienza estera? Saranno consapevoli di cosa significhi questo, in seguito alla globalizzazione e agli accordi commerciali dell’Unione Europea con gli altri stati?


Mi domando se qualcuno sappia che cosa comporti la presenza sempre più significativa dei prodotti biologici nella Grande Distribuzione Organizzata (GDO) e quali possano essere le conseguenze per le piccole aziende del biologico in Italia. L’elenco può senz’altro arricchirsi di tante domande e avremo modo di farlo, anche insieme, ma ora vorrei mettere al centro della riflessione altri aspetti più personali che riguardano Come e Cosa mangiamo.

C’è una grande differenza quando riesco ad essere presente con i sensi mentre mangio e questo attiene al Come: se vengo distratta dai messaggi del cellulare o dai pensieri, la mia consapevolezza sensoriale è ridotta, non assaporo il cibo fino in fondo e forse anche il senso di fame non sarà soddisfatto. Masticare a lungo un boccone di cibo, in piena presenza, può migliorare il processo digestivo e colmare prima il senso di fame.
Sapere se sto mangiando un cibo sano, equilibrato nei nutrienti, proveniente da colture e allevamenti a filiera controllata, magari biologico, rientra nel Cosa. Insomma insieme al cibo cosa mangiamo? Riusciamo con la consapevolezza a vedere il Cosa?


La consapevolezza, non è una piccola cosa: può orientare le nostre scelte e incidere sul nostro benessere, ma può avere un’eco più grande sul benessere degli animali, dell’ambiente e del nostro pianeta.

Consapevolezza come scelta di vita

“Se avete costruito castelli in aria, il vostro lavoro non deve andare perduto; è quello il luogo dove devono essere. Ora il vostro compito è costruire a quei castelli le fondamenta”

– H. David Thoureau


La consapevolezza è il filo rosso che guida il nostro modo di intendere la vita e le relazioni, nonché le fondamenta del nostro progetto. Nutre le nostre giornate e ci permette di incontrare ed accogliere con curiosità ogni aspetto dell’esistenza.

Riteniamo che ognuno di noi abbia assaporato l’essere consapevoli: da bambini eravamo immersi nel gioco e vivevamo fuori dal tempo, pienamente coinvolti, focalizzati nel “qui e ora”, ossia, nel momento presente. Così da adulti abbiamo cercato di assaporare ancora quel senso di pienezza, ed abbiamo scelto intenzionalmente di focalizzarci sulle cose che accadono, abitandole pienamente. È stato come tornare a casa, in un luogo che conoscevamo e in cui poterci abbandonare.
Abbiamo incontrato il mondo e noi stessi aprendo tutti i sensi: guardare un tramonto nel silenzio, immersi nel sole calante; fare una camminata nel bosco partecipi alla polifonia dei suoni presenti; accorgerci, nuotando in un mare dai colori scintillanti, della sensazione del corpo abbracciato dall’acqua e dal tepore del sole.

Vivere la pienezza dell’esperienza

Offrire presenza e attenzione ad ogni aspetto della nostra quotidianità: dal lavare i piatti, al guidare l’automobile, fare la spesa, alle relazioni significative o agli incontri casuali.
Siamo coscienti e non ce lo nascondiamo: la realtà è enormemente complessa e attraversata da problemi sfidanti. Siamo altrettanto convinti, dopo anni di studio ed esperienza sul campo, che se ci fermiamo e dimoriamo in uno spazio calmo, possiamo essere più leggeri e più disponibili verso la vita. Questo anche quando, per abitudine, reagiamo meccanicamente, rischiando di svuotarci e di perdere la direzione. Possiamo, invece, scegliere di rispondere in un modo più integrato, autentico e salutare per fiorire in modi inaspettati.

Diventiamo, infine, sempre più in grado di apprezzare la vita e la sua straordinaria e stupefacente ricchezza. E alzando lo sguardo, potremo guardare il cielo come fosse una prima volta, per accorgerci, con un sussulto nel cuore, che la sua vastità ci appartiene e sempre ci sostiene, ed è la consapevolezza stessa.

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