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Dall’Eden dell’Olocene ad un disastro annunciato

1937: La popolazione nel mondo è pari a 2.3 miliardi di persone, la quantità di CO2 nell’atmosfera è pari a 280 parti per milione e la percentuale di natura selvaggia è del 66%. 2020: La popolazione nel mondo è pari a 7.8 miliardi di persone, la quantità di CO2 nell’atmosfera è pari a 415 parti per milione e la percentuale di natura selvaggia è del 35%. Tutto questo nell’arco dell’esistenza di un uomo, David Attenborough, che racconta il collasso dell’Olocene attraverso i suoi occhi.

Tutti a scuola avremo sentito parlare di storia, qualcuno di storia delle scienze naturali, quel racconto, che a volte appare fantasioso, che ci parla di dinosauri ed estinzioni di massa. Eppure, siamo riusciti a distruggere, nell’arco di una sola esistenza umana, un patrimonio che ha impiegato 65 milioni di anni a costituirsi.

Ma partiamo dal principio: David Attenborough cammina in un luogo abbandonato, dove tetti e finestre non esistono più, cammina fra le vie di Chernobyl, luogo della catastrofe nucleare del 1986. Era una cittadina di 50mila persone ma è diventata un luogo inabitabile e la causa è solamente una cattiva pianificazione, un errore umano. Impossibile non pensare all’andamento generale del pianeta, che a causa delle nostre scelte sta rendendo sempre più fragile l’equilibrio che la sua biodiversità ci ha regalato.

David Attenborough racconta della sua esistenza, trascorsa a scoprire la bellezza naturale del mondo ed a studiarla con dedizione. Ci ricorda che con l’estinzione dei dinosauri il 75% delle specie viventi sul pianeta svanì assieme a loro. Alla vita non rimaneva altro che ricostruirsi e così fu, in un processo lungo 65 milioni di anni. Così è nato il mondo che conosciamo, l’epoca geologica dell’Olocene, che è stato il periodo di maggiore stabilità, dei ritmi lenti delle stagioni, ma anche dell’invenzione dell’agricoltura, che ci permetteva di sfruttare quest’ultime per assicurarci un sostentamento. Ma questo lento e progressivo sviluppo di una natura che nasce in un perfetto equilibrio che genera vita, è stato sconvolto dall’intelligenza umana che ha reso il cambiamento, improvvisamente, molto più veloce.

A partire dal 1954 David Attenborough iniziò a girare il mondo per mostrare, attraverso programmi televisivi, la natura selvaggia di luoghi inesplorati e popolazioni sconosciute. In quel momento, sembrava che non ci fossero limiti alla possibilità di scoperta e di sviluppo tecnologico. E fu così fino al 1968, quando la missione Apollo svelò che viviamo su un pianeta fragile, finito ed isolato. Da quel momento Attenborough guardò il mondo con nuovi occhi e si accorse che davanti ai suoi occhi si stava palesando un nuovo processo di estinzione di moltissime specie che popolavano la terra, creando fratture nell’Eden di un ecosistema in perfetto equilibrio. La colpa è la nostra, a causa della vita che ci siamo costruiti, interi habitat stavano e stanno scomparendo.

Oggi la situazione è a dir poco drammatica: abbiamo sovrasfruttato il 30% degli stock ittici e ridotto la popolazione d’acqua dolce dell’80%; ogni anno abbattiamo oltre 15 miliardi di alberi e la metà delle terre feritili del pianeta sono diventate terreno agricolo; noi uomini rappresentiamo più di un terzo dei mammiferi sulla terra, il 60% sono animali di allevamento ed il resto degli animali rappresenta solo il 4%, sull’intero pianeta. Un pianeta gestito dall’umanità per l’umanità, o almeno per la parte ricca della popolazione mondiale. Ma Attenborough crede che la speranza non sia morta, ritiene che sia urgente un cambio di rotta: è necessario adoperarsi per ripristinare la biodiversità del nostro pianeta. Come è possibile realizzarlo? La popolazione mondiale potrebbe raggiungere il picco di 11 miliardi entro alcune decine di anni: dovremmo rallentare la crescita demografica prima che questo picco venga raggiunto e renda impossibile la sopravvivenza sulla terra con le risorse a disposizione. Questo obiettivo può essere raggiunto anche cercando di alzare gli standard di vita in tutto il mondo, senza aumentare il nostro impatto sul pianeta. Dovremmo eliminare i combustibili fossili dalle nostre vite e utilizzare le eterne forze della natura, come l’acqua, il sole, il vento.  Inoltre, per far rivivere la biodiversità e la ricchezza dei nostri oceani, sarebbe opportuno imporre un divieto di pesca esteso a un terzo delle nostre coste e L’Onu si sta impegnando per questo: l’obiettivo è quello di creare la più grande zona di divieto di pesca in acque internazionali, trasformando gli oceani nella più grande riserva naturale del mondo.
Per la terra ferma l’impegno è duplice: arrestare la deforestazione e ridurre le aree coltivate, per far spazio alla natura selvaggia. Tutto questo è possibile anche grazie all’innovazione tecnologica: pensiamo al caso dell’Olanda, uno fra i primi esportatori mondiali di prodotti alimentari, che promuove un’agricoltura indoor, hi-tech e sostenibile, massimizzando la produzione in una porzione ridotta di territorio.

David Attenborough ha tanti esempi virtuosi come quello dell’Olanda e li propone nel suo meraviglioso documentario, A life on Our Planet, che in poco più di un’ora stravolge le nostre convinzioni sul pianeta terra. In ultimo, la scena torna su Chernobyl, la città abbandonata, dove la natura ha ripopolato strade, le fronde degli alberi hanno sostituito i tetti ed animali selvaggi passeggiano in palazzi abbandonati. Non importa quanto siano gravi i nostri errori, la natura trova sempre un modo per superarli

https://www.youtube.com/watch?v=05uim34jAL8
DAVID ATTENBOROUGH: A LIFE ON OUR PLANET – OFFICIAL CLIP – FINITE WORLD

Cibo di stagione: rispettare i tempi della natura

Riscoprire la stagionalità degli alimenti significa saper attendere. Sapere che i pomodori e le pesche vogliono il sole dell’estate, che i cavoli non temono il freddo, che le arance maturano in autunno-inverno. Inoltre, che possiamo conservare in diversi modi la frutta e la verdura quando la produzione è  abbondante. Riappropriarci di questi e altri saperi dimenticati  per ricordarci che non solo siamo consumatori, ma anche che, nella storia dell’umanità, siamo stati raccoglitori, cacciatori, allevatori e coltivatori, e ci stimola  a trovare nuove forme creative per tornare protagonisti del nostro sostentamento.

Il fenomeno crescente degli orti urbani, ad esempio,  evidenzia  il bisogno primario delle persone di recuperare il legame con la terra, anche coltivandola.

Salute dell’ambiente e delle persone

Un buon motivo per promuovere questa sensibilità è legato alla nostra salute e a quella dell’ambiente. Dati scientifici affermano che per forzare le colture sono necessari molti fertilizzanti e dosi massicce di trattamenti chimici, perché le piante costrette a nascere in “cattività” si ammalano più facilmente che nella loro stagione dedicata. Così noi, assieme alla terra, oltre ai frutti del fuori stagione, ci mangiamo un bel po’ di veleni

Un altro  buon  motivo è legato ad un fattore economico: gli alimenti fuori stagione, compresi i prodotti esteri, hanno un maggior costo, rispetto a quelli locali di stagione, perché  prodotti in serra o hanno fatto un lungo viaggio per raggiungere il consumatore, spesso transoceanico.

ll  viaggio oltre ad incidere sul prezzo, dovuto ai costi di trasporto e logistica, contribuisce ad aumentare le emissioni di CO2 nell’ambiente in una sorta di ciclo esponenziale continuo di inquinamento.  

Produzione intensiva nelle serre

Infine, acquisire piena consapevolezza di cosa ruota intorno alla produzione massiva nelle serre, ci mette di fronte questioni etiche ineludibili.  Parliamo in particolare nel ragusano dove esistono serre che vantano la triste fama di essere tra le più grandi d’Europa e tra le prime in Italia, non solo come estensione e capacità produttiva, ma anche per le terribili condizioni di lavoro delle persone che ci lavorano, non ufficialmente e in un regime di schiavitù.

Come posso mangiare frutta e verdura proveniente  dallo sfruttamento dei lavoratori, dagli abusi sessuali subiti delle donne lavoratrici, dall’avvelenamento dei terreni dovuto all’uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti e dallo sfruttamento degli insetti impollinatori?

L’argomento è doloroso ed ampio e va oltre la dimensione della stagionalità, ma è in stretto legame con la produzione intensiva, continua e non rispettosa.

L’enorme sofferenza generata agli esseri e all’ambiente per produrre cibi che la natura, con le sue stagioni, non fa spontaneamente, diventa un forte motivo per scegliere ciò che è disponibile nella stagione. Ma non solo, questa scelta assume un carattere decisivo nel coltivare stili di vita salutari per noi e per l’ecosistema. 

Bibliografia: 

Lo sfruttamento nel piatto – Quello che tutti dovremmo sapere per un consumo consapevole – di Antonello Mangano ed. Laterza

www.terrelibere.org

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